Angeli con la coda
“Camilla (76 anni) vive da sola e si occupa di sfamare i gatti del quartiere. Quando si ammala, una sua vicina di casa e una bambina si offrono di aiutarla…”
Oggi mi è arrivata la notifica dello sfratto. Ormai è ufficiale: devo andar via di qui. Ho vissuto in questa casa per trent’anni. Qui lascio dolori, gioie e speranze, qui lascio un pezzettino del mio cuore e una marea di ricordi che rischia di sommergermi mentre ripongo le mie cose negli scatoloni.
La foto del mio matrimonio mi riporta agli anni di gioventù quand’ero ragazzina, ultima di cinque fratelli, e mio padre mi proponeva i pretendenti che avrei potuto o dovuto sposare. Non ero una gran bellezza, però ero giovane e timida, e i giovanotti in cerca di sistemazione non mancavano di bussare alla porta di casa. Ne avevo già scartati due, sotto lo sguardo contrariato di papà, quando si è presentato Edoardo e mi ha colpito per i suoi modi semplici e i suoi occhi sinceri. Non ero ancora innamorata di lui, eppure sentivo che poteva essere la persona giusta per me. Infatti, si è rivelato un compagno affettuoso e attento. L’amore che abbiamo coltivato sin da ragazzi, è cresciuto tra mille difficoltà perché le nostre famiglie di origine erano povere e non potevano aiutarci. Abbiamo gestito insieme una lavanderia per parecchio tempo e siamo andati avanti dignitosamente fino alla sua scomparsa, quattro anni fa. Il vuoto del mio cuore non è facile da colmare ma, ogni volta che osservo la sua foto sul comodino, percepisco la sua vicinanza come se fosse vivo. Poi guardo anche la foto del nostro unico figlio e mi viene una morsa allo stomaco, sapendolo lontano. Ricordo che è stata una grande gioia scoprire di aspettare un bambino, pochi mesi dopo la cerimonia nuziale. Ero felicissima, lo desideravo tanto. Ma purtroppo il destino mi ha riservato una brutta sorpresa perché ci sono state complicazioni durante il parto. Il mio piccolo Salvo si è salvato per miracolo ed io sono stata sottoposta ad un intervento che mi ha impedito di avere altri figli. Addolorata per l’impossibilità di dare dei fratelli alla mia creatura, ho cercato ci riempire quel vuoto circondando sempre la mia famigliola della compagnia di zii, cugini, parenti vari. Inoltre, portavo spesso il mio pargoletto in campagna dai miei genitori dove ci divertivamo tutti perché c’erano le oche, le galline, qualche coniglio, alcuni gatti e persino un cagnolino. Quell’allegra combriccola di pennuti e di animali a quattro zampe mi confortava un pochino perché simulava l’atmosfera festosa che avrei voluto in casa mia con almeno tre o quattro bimbi. Un’altra dura prova da affrontare si è presentata nella mia vita, diversi anni dopo, quando mia madre si è ammalata di una rara malattia invalidante che richiedeva un’assistenza pressoché continua. In quel periodo alternavo angoscia e speranza, energia e apatia, ma è stato proprio allora che la mia fede si è rafforzata. Pregavo e chiedevo al Signore di concedermi tutta la forza necessaria per accettare una situazione che non potevo cambiare. Io e mia mamma pregavamo insieme e a volte sembrava che lei vedesse più di me, anche se la sua vista si era ridotta al lumicino. Quelli sono stati i quattro anni più travagliati della mia esistenza perché dovevo dividermi tra tanti impegni e spesso trascuravo la famiglia, la casa, la lavanderia. Quante lacrime ho versato! Ero testimone impotente delle sofferenze di mia madre, eppure le sue dolci parole, nei momenti di lucidità, mi ripagavano di ogni sacrificio. E tuttora mi pare di sentirla recitare l’Ave Maria, quando stringo tra le dita il rosario d’argento che lei mi ha regalato come il più prezioso dei doni. Sfortunatamente, un paio di anni dopo la sua morte, anche mio figlio Salvo mi ha salutato, ma solo per cercare la sua strada e costruirsi un futuro migliore in Canada, dove suo cugino si era già trasferito e lavorava come pizzaiolo in un ristorante italiano. Adesso vive lì, è sposato, ha due figli grandi e una nipotina che non ho ancora visto. Il viaggio è troppo lungo e costoso per me. Ho settantasei anni e vivo con la pensione minima. Mio figlio ogni tanto mi manda qualcosa, però nemmeno lui naviga nell’oro, nemmeno lui può permettersi di affrontare le spese del viaggio più di una volta all’anno. Così sono rimasta sola e ora devo abbandonare anche il mio appartamento. Grazie al cielo ho trovato un’altra sistemazione alla portata delle mie tasche e per fortuna non devo allontanarmi dal mio quartiere. È un quartiere povero e trascurato ma è il mio quartiere. È qui che ci sono i miei amici gatti e la mia piccola amica Clara. Eh sì! Sono una di quelle signore che vengono chiamate gattare e che si occupano di nutrire le creature randagie che non chiedono nulla, a parte cibo e affetto. Ogni sera preparo ciotole e scatolette, scendo giù nel cortile e mi metto in un angolo ad aspettare. Loro sono abituati alla mia presenza perciò saltano fuori da tutte le parti e reclamano il pasto della giornata. A volte mi capita di non essere sola a svolgere questo compito. Clara è una bambina di dieci anni, figlia della mia vicina di casa. Ci facciamo compagnia perché sua madre non ha marito e deve lavorare fino a tardi per mantenere se stessa e la sua piccola. Così, lei mi fa spesso da assistente e mi aiuta nella cura dei gatti. Insomma nel complesso non mi lamento della mia situazione. Beh, diciamo che non posso permettermi il lusso di lamentarmi e di cadere in depressione, quindi cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Nella parte piena ci sono i gatti, c’è Clara, c’è la mia famiglia che vive lontano. Nella parte vuota c’è tanta solitudine, ci sono i miei acciacchi, c’è l’amarezza profonda per il mio imminente trasloco. Ormai sono affezionata alla vita in questo quartiere ma devo ammettere che non è il massimo. Non sarebbe tanto male viverci se non ci fossero dei ragazzacci che vanno in giro al solo scopo di insultare bambini e persone anziane. Non credo che siano cattivi perché parliamo di ragazzini tra i nove e i dodici anni, però di sicuro sono maleducati, sbandati, villani. Non sono pericolosi per il momento, potrebbero diventarlo da grandi. Per ora si limitano ad inveire verbalmente contro persone deboli e indifese come me e Clara. Già! Ogni volta che andiamo a sfamare i nostri gatti, loro accorrono puntualmente, urlano bestemmie di ogni genere e fanno scappare quei poveri animali. Io li tollero in silenzio ma Clara spesso si arrabbia e li rimprovera. «Non avete niente da fare? Andate via!», li sgrida lei con il risultato di suscitare ancora di più la loro ilarità. «Lascia stare», le rispondo io con calma. «Tanto non capiscono». Questa scena si ripete tutte le sere ma io ormai non ci faccio più caso. Clara rimane imbronciata e triste per un po’, però poi i gatti ritornano, mangiano e noi possiamo andar via soddisfatte. In fondo non succede mai niente di grave. Credo e spero che ci sia comunque una forma di rispetto che impedisce a quei ragazzini di oltrepassare certi limiti. Purtroppo loro non sono gli unici a non conoscere appieno il significato della parola rispetto. Ci sono tanti inquilini nel mio palazzo che criticano Elisa, la mamma di Clara, e l’accusano di trascurare sua figlia affidandola a quella vecchia che si occupa dei gatti. Ma lei zittisce tutti sostenendo che la bambina è al sicuro con me e che apprende tante cose belle come l’amore per gli animali. «Non voglio lasciarla da sola davanti alla tivù, preferisco che frequenti Camilla e che veda in lei una specie di nonna», li liquida Elisa in tono duro e convinto. In effetti, ha ragione. Clara è come una nipotina per me. La mia famiglia è lontana perciò se non ci fossero lei e i gatti, mi sentirei vuota e inutile. In questi giorni, più che mai, ho bisogno dell’affetto di quella bambina e delle coccole riconoscenti di quei micetti sfortunati. Sono qui che finisco di preparare la roba da portare via e mi viene quasi da piangere. Non voglio che nessuno mi veda così. Voglio uscire da questo appartamento a testa alta. E a testa alta entrerò nel mio nuovo palazzo, a due passi da questo. L’unica consolazione, in questa brutta vicenda, è che non devo spostarmi di molto e che basta un camioncino per portar via la mia modesta mobilia. Il nuovo monolocale è situato al primo piano, ha un balconcino, è abbastanza luminoso ma non c’è riscaldamento perciò devo arrangiarmi con la solita stufa. Non faccio in tempo a finire di sistemarmi che ricevo la visita dell’inquilina del piano di sopra. È una vedova cinquantaseienne che vive da sola con un cagnolino. Fabrizia insegna in una scuola elementare, ha un figlio che studia fuori all’università e si rivela subito una donna gentile e affabile. «Non esiti a chiamarmi, signora Camilla», mi raccomanda. «In caso di necessità sono pronta a darle una mano». «Grazie. Non ho parole», mormoro confusa. «E non mi conosce nemmeno!». «Beh, veramente la conosco di vista», ammette accarezzando il cagnolino che se ne sta buono vicino alla padrona. «Davvero?». «La vedo sempre dalla finestra quando scende a dar da mangiare ai gatti». «Ah, già! Mi conoscono tutti nel quartiere. Io sono solo la gattara», ribatto sconsolata. «Dovrebbe prenderlo come un complimento», dichiara con tono accorato. «Sa, io amo molto gli animali. Chicco è un trovatello che ho portato via da un canile. Mi ha riempito la vita», aggiunge guardando amorevolmente il suo piccolo amico. In quell’istante non so cosa dire, ho soltanto la sensazione di aver trovato una brava persona con cui poter scambiare qualche parola, una persona pronta a venire in mio soccorso all’occorrenza. Insomma è un buon inizio e mi compensa un po’ dal dispiacere di aver dovuto lasciare la mia vecchia casa. «Questo palazzo andrebbe ristrutturato, ma non se ne parla prima della fine dell’anno prossimo. Nel frattempo tenga la stufa sempre accesa per combattere l’umidità che proviene dalle pareti esterne», mi avverte infine prima di congedarsi. Nel giro di qualche settimana mi rendo conto dell’importanza di quell’avvertimento. Sfortunatamente neppure la stufa riesce a salvarmi da un brutto raffreddore e da una conseguente bronchite. Mi curo con gli antibiotici, m’indebolisco e cerco di uscire il meno possibile ma la situazione non migliora. Così il dottore mi ordina cautela e riposo assoluto per almeno una settimana. In teoria non dovrei uscire neanche per sfamare i gatti, in pratica però continuo a farlo fino a quando la mia premurosa vicina di casa non mi sorprende una sera davanti al portone durante un forte attacco di tosse. Fabrizia è veramente impagabile, mi accompagna su a casa, mi aiuta a riprendermi e poi mi fa la ramanzina. «È matta? Capisco il suo amore per i gatti ma questo è troppo! Senta, facciamo una cosa, mi occupo io di loro finché lei non sta meglio. Ok? Non ammetto discussioni». «Non funzionerà», sussurro sconfitta. «Avranno paura di un’estranea e non si faranno vedere». «Uhm, non ha tutti i torti. Però se c’è anche Clara…». «Sì! Si può tentare», approvo ritrovando il sorriso. «Bene! Ci penso io! Lei pensi solo a guarire». Il piano di Fabrizia sembra avere successo. Intanto mi rassegno a rimanere isolata a casa per un po’ e preferisco non far venire Clara per il rischio di contagio, quindi mi limito a guardare la tivù, leggere, cucire e aspettare le visite della mia vicina che mi tiene aggiornata sulle novità del quartiere. È davvero un angelo questa signora. Lei e la mamma di Clara fanno a gara per portarmi la spesa e per darmi una mano a riordinare. Io le ripago come posso, accorciando orli di gonne e pantaloni, ricamando centrini e tendine. Nel giro di una settimana sento che sto riacquistando le forze. C’è anche l’imminente arrivo della primavera a facilitarmi le cose. Il sole comincia a riscaldare le giornate, il cielo è più luminoso e persino l’umore ci guadagna. Una sera mi affaccio alla finestra per osservare i gatti da lontano. Poco dopo, vedo Clara con le ciotole e le scatolette. È sola e mi chiedo perché non ha aspettato Fabrizia. Così decido di seguirla senza farmi notare. L’aria è abbastanza tiepida perciò penso di potermi permettere di fare due passi fuori. Mi copro bene con una sciarpa, mi avvio verso il cortile dei gatti e assisto, non vista, ad una scena che ha dell’incredibile. Come al solito, quei ragazzacci appaiono all’improvviso insultando Clara e mettendo in fuga i gatti. Stavolta la bambina rimane impassibile e lancia un’occhiataccia a quello che ha l’aria di essere il capobanda. «Lasciateli in pace. Per favore», implora con calma e dignità. Per un attimo cala il silenzio, quei ragazzini obbediscono e la fissano straniti. Poi, terminato il pasto dei gatti, Clara non si arrende e sfida quel ragazzo. «Guarda», esordisce lei tranquilla. «Sono esseri indifesi, sono più indifesi di noi perché non hanno una casa, non hanno cibo, non hanno niente. Soffrono, hanno freddo e fame. Tu e i tuoi amici vi credete coraggiosi a prendervela con loro?». Finita la predica, un cucciolo si avvicina fiducioso e inizia a fare le fusa contro le gambe del ragazzo, come se si fosse messo d’accordo con la bambina per far cambiare idea a quel tipaccio. «Ti sta offrendo la sua amicizia», gli fa notare Clara. «Te la sta offrendo anche se non la meriti, anche se gli hai fatto del male. Ora hai l’occasione di conoscerlo meglio, hai l’occasione di farti perdonare da lui e dagli altri. A quanto pare, loro lo hanno già fatto. Sono dei piccoli angeli con la coda che non fanno niente di male, non chiedono niente e non ti tradiscono mai, se tu sei leale con loro». Resto per qualche secondo senza fiato. Non riesco a scrutare il volto di quel ragazzo dalla mia posizione, ma mi pare di percepire una certa commozione. Comunque, mi allontano prima di essere scoperta e torno a casa con una nuova speranza nel cuore, una nuova speranza per il futuro. Non so come sia avvenuto questo miracolo. Forse grazie all’innocenza di quelle creature a quattro zampe, forse grazie alla bontà d’animo nascosta nei cuori dei bambini, anche di quelli più ribelli. In ogni caso ho la sensazione che d’ora in poi quei ragazzi si comporteranno in modo diverso, e non solo nei confronti dei gatti. Nei giorni seguenti preferisco non chiedere nulla a Clara ma, appena la mia salute me lo consente e il medico mi dà il permesso, ritorno alle mie solite abitudini, ritorno soprattutto al mio appuntamento con i gatti. Sono appena arrivata nel cortile quando mi raggiunge Clara, mi abbraccia e mi aiuta a preparare le ciotole. Un paio di minuti dopo spuntano fuori quei ragazzacci. Ed io non credo ai miei occhi. Anche loro ci danno una mano e qualcuno si mette persino a giocare con i gattini. Sono talmente commossa che non so cosa dire. D’altronde, non c’è molto da dire quando una bambina infelice, un branco di ragazzini disadattati e una colonia di angeli con la coda diventano amici per la pelle. Se avessi tentato di organizzare tutto, di sicuro avrei fallito. E invece Dio ha provveduto da lassù e mi ha regalato questo istante di profonda felicità.









per fortuna esistono ancora persone del genere!