Capodanno a Vienna
"Rebecca si reca a Vienna per assistere al concerto di Capodanno. Il romantico invito, completo di soggiorno in albergo per due persone, le era stato regalato dal suo ex prima che si lasciassero…"
- Benvenuta a Vienna, signorina. Le dispiace accomodarsi un momento al bar? Abbiamo avuto un disguido con il computer. La preghiamo gentilmente di avere un po’ di pazienza. La camera dovrebbe essere pronta.
L’impeccabile portiere austriaco mi accolse in un impeccabile italiano, sia pure fortemente accentato e mi rivolse una cortese esortazione anche questa tutta italiana: quella di attendere. Non mi sentivo stanca né particolarmente affamata così, in quel freddo pomeriggio invernale, preferii fare un giro in uno dei numerosi mercatini dell’Avvento disseminati per la capitale austriaca. Tra le genti di lingua tedesca, infatti, il Christkindlmarkt, il mercato del Bambin Gesù, è un avvenimento molto atteso.
In un trionfo di luci, di palline colorate e ghirlande di fiori secchi, le bancarelle diffondevano le note dei canti natalizi insieme al profumo di frittelle e di vin brulé, un profumo a cui non seppi resistere, in barba alla dieta.
Più tardi, nella hall, non potei fare a meno di guardarmi attorno con una certa ansia, incrociando le dita nella speranza di non incontrarlo.
Due anni, erano trascorsi un paio di anni da quando avevo ricevuto un dono inconsueto e originale da un uomo che non era da meno: la prenotazione per assistere al tradizionale concerto di capodanno. Non era facile ottenerla e neanche rinunciarci. Avevo giurato a me stessa che non avrei permesso a nessuno di turbare quei giorni di libertà tanto meno ad un "fantasma" del passato. Desideravo soltanto divertirmi in quei quattro giorni e immergermi nella fastosità della capitale europea della musica in versione natalizia.
Pervasa da una vibrante atmosfera a metà tra il fiabesco e il reale, tra il passato e il presente, l’incantevole Vienna si preparava all’evento musicale dell’anno. Mi sentii subito in sintonia con quello spartito viennese e ignorai la nota stonata che spezzava quell’armonia: il presentimento che lui non fosse lontano e la consapevolezza di un sentimento che non avrei potuto definire morto.
I miei buoni propositi si dissolsero quando oltrepassai la soglia del salone da pranzo e il mio sguardo indagatore vacillò intercettando l’inconfondibile fascino del mio ex. Un fascino più cerebrale che emotivo, più carismatico che corporeo. Il viso un po’ scarno e gli zigomi alti sotto quei corti riccioli neri mettevano in risalto due grandi occhi scuri: caldi, furbi e acuti. Due occhi che rivelavano l’orgoglio e la fierezza di un siciliano che aveva sofferto, aveva lottato ma ce l’aveva fatta. Il fisico asciutto e la carnagione olivastra contribuivano a conferirgli un alone di mistero e di apparente ombrosità che contrastavano palesemente con il suo reale calore umano. Anche lui si era accorto di me, non avrei potuto né forse voluto far finta di niente.
Decisa a troncare la tensione sul nascere, mi avvicinai con il mio stile, spigliato e intraprendente. Quando Vittorio si alzò dal suo tavolo accennando un sorriso indecifrabile, lo affrontai con burlesca ironia.
- E io che ti credevo un gentiluomo! Inviti una signora all’ultimo momento, praticamente senza preavviso e poi non hai neanche la decenza di aspettare per cenare se ritarda di una mezz’oretta.
Questa volta il suo sorriso si aprì, addolcendo i lineamenti contratti e irrigiditi.
- Ero quasi sicuro di incontrarti, Rebecca.
- Beh, non ho l’abitudine di fare bidoni.
- In questo caso avresti preferito riceverlo. Giusto?
"Giusto," risposi mentalmente, verbalmente invece fui più diplomatica.
- Penso solo che ci dovrebbe essere un manuale di diritto delle relazioni private in modo da sapere se e quando un invito si può considerare caduto in prescrizione o decaduto.
- Ti dirò, come avvocato sono sollevato che non ci sia, mi aumenterebbe il lavoro a dismisura, come controparte sono lieto che tu non lo abbia considerato invalido. Adesso siediti. Che aspetti? E non cercare di rubarmi il mestiere. Mi fai compagnia per la cena, vero?
Il cameriere si avvicinò subito al suo cenno.
- No, grazie. Mi sono regalata uno spuntino supercalorico. Puoi offrirmi un gelato, però. Fragola e vaniglia con un ciuffetto di panna al caffé.
Il cameriere si allontanò solerte mentre Vittorio mi scrutava.
- Un gelato? Solo tu potevi ordinare un gelato in pieno inverno in una delle città più fredde d’Europa.
- Devo mangiarlo, non farci il bagno, – obiettai scherzosamente.
- Mi è mancato il tuo buonumore, è contagioso, – osservò lui sorridendo rilassato e osservandomi con dolcezza.
La mia indomabile capigliatura castana dai riflessi dorati esaltava un viso regolare e due vivaci occhi verdi. Le forme floride da buona emiliana su un fisico di media statura calamitavano spesso l’attenzione degli uomini, compresa la sua in quel momento.
- Allora, come stai? Ti trovo bene, – dichiarò per rompere il ghiaccio.
- Sì, grazie. Sto bene. Tu invece mi sembri un po’ dimagrito. Ti sei messo a dieta?
- Sai, com’è…il lavoro mi assorbe totalmente.
- E allora ti sei concesso una vacanza, finalmente?
- Sì, qualcosa del genere. E tu? Sei venuta da sola?
Capii immediatamente che non era una domanda oziosa.
- Sì, non sarebbe stato carino invitare un’amica al concerto per lasciarla in albergo a guardarlo in tivù.
- Io non avrei portato nessun altro qui, – sottolineò gravemente.
A quelle parole mi concentrai sul mio gelato. Si stava sciogliendo e io non volevo fare la stessa fine in quel momento, così cercai di aggirare l’ostacolo.
- Dato che siamo in argomento…, – cominciai esitando un istante. – Avrei intenzione di pagare la mia parte. Non posso accettare: il concerto, l’albergo…
Vittorio non fece trapelare il suo disappunto, ma sapevo che doveva sentirsi offeso. Il suo tono lo confermò.
- Ti ricordo che hai già accettato.
- Due anni fa, in altre circostanze, ora mi sento in imbarazzo.
- Però sei venuta ugualmente, – concluse lui pacatamente.
Già! Era vero, in fondo non lo avevo certo contattato per esporgli il problema. Aveva ragione e questo mi fece ribollire. No, non ci sarei cascata, non volevo discutere.
- Non voglio litigare, – dichiarai.
- E allora non parlarmi di soldi, di restituire regali o cose del genere, – replicò serio.
- Sei sempre lo stesso, – lo accusai sospirando.
- Ed è un bene o un male? Mi vorresti diverso? – s’informò guardingo.
- Non ho mai cercato di cambiarti, – puntualizzai.
- Lo so e lo apprezzavo.
Un’ondata di dolci ricordi stava per sommergerci e Vittorio era consapevole di doverci salvare.
- Sai, mi hanno parlato di un locale notturno. Si suona fino a notte fonda. C’è un po’ di tutto: jazz, blues, musica etnica. Ti va l’idea?
Sì, naturalmente e lui lo sapeva. Quello che si chiama andare sul sicuro. La musica era stata galeotta del nostro primo incontro al concerto di un amico. La musica aveva scandito i ritmi e i suoni di un amore tenero e travolgente durato meno di un anno. La musica aveva accompagnato l’incontro-scontro di due personalità forti e tenaci ma diversissime.
Vittorio era tutto ciò che non ero io: saggio, riflessivo, razionale, un tipo riservato e piuttosto diffidente. C’era qualcosa di insondabile, di cupo nel suo modo di essere che all’inizio non riuscii a spiegarmi finché non lo scoprii da sola, casualmente. Suo padre si era tolto la vita dopo aver perso l’attività commerciale soffocata da debiti usurai e sua madre, in seguito allo shock, era finita in una casa di cura. A soli venticinque anni quella catastrofe si era abbattuta su di lui e a trenta continuava a subirne le conseguenze. La nostra storia, infatti, non aveva retto alla prova della verità.
La sua anima solitaria sembrava impenetrabile a volte, fredda, distante, controllata severamente da una mente acuta e da un cuore ferito, sconvolto da quella tragica vicenda familiare.
Neanche la mia era stata una classica famiglia felice. Ero cresciuta con una ragazza madre, vivace e coraggiosa che mi aveva trasmesso la sua stessa natura gioiosa e il suo stesso spirito indipendente.
Sempre pronta a un sorriso e una battuta, il buon umore era quasi una forma di religione per me. Analizzare troppo fatti, persone e situazioni mi deprimeva e poi il mio vero talento era per la sintesi. Disegnavo fumetti ed ero abituata a racchiudere i miei pensieri nello spazio di una vignetta e a catturare in poche strisce l’essenza di una vicenda. Avevo sviluppato in questa maniera l’abilità di intuire la verità nascosta dietro le opinioni e le convinzioni di una frase buttata lì in un altro contesto e con altri scopi. Fu così che mi resi conto che Vittorio non era riuscito a superare il rancore verso suo padre e capii di non potermi fare carico dei suoi problemi.
Cominciammo ad allontanarci quando lui accettò una causa che lo avrebbe tenuto lontano da casa per mesi e alla fine ci lasciammo senza amarezza, senza risentimento.
Ma non era freddezza. Il nostro amore era lì, vivo, vibrante, palpitante e purtroppo incapace di sopravvivere intatto sotto il peso di un dolore irrisolto. Quell’incontro tra il casuale e il programmato aveva quindi il sapore di una seconda possibilità offerta dal destino.
La serata dell’antivigilia all’insegna della musica e del disimpegno trascorse piacevolmente e fece da preludio per il giorno dopo, interamente dedicato al classico itinerario turistico. Il celeberrimo Prater di Vienna fu un perfetto scenario moderno per l’ultimo dell’anno. Un’intera notte di follie spensierate interrotte solo da un bacio tra la folla, rapido ma appassionato, per festeggiare la mezzanotte e nient’altro.
Non era ancora l’alba, si intravedeva appena un po’ di chiarore quando Vittorio mi scortò fino alla porta della mia camera d’albergo. Non poté fare a meno di fissarmi con il mio scintillante abito rosso, i capelli scarmigliati, il viso accaldato, gli occhi stanchi e l’aria vulnerabile.
Il resto venne d’istinto. Il contatto fu sincronico. Quel bacio fu talmente intenso, spontaneo e impetuoso da apparire per quello che poi era: il frutto di una lunga astinenza.
Non ci furono parole, non erano necessarie. I nostri sguardi avevano già cominciato a fare l’amore. Soggiogati dalla foga della passione entrammo ansimando in camera da letto e un paio di ore dopo rischiammo di arrivare tardi al concerto.
Vittorio però se la prendeva comoda e scherzava maliziosamente mentre io finivo di vestirmi.
- Lo sai come si dice, vero? Lo fai a Capodanno, lo fai tutto l’anno.
- Attento, potrei prenderti in parola, – replicai con lo stesso tono.
- È una promessa?
Forse era presto per dare una risposta a una simile domanda. Persino il mio coinvolgimento alle stupende melodie viennesi fu influenzato dalle emozioni che avevo appena vissuto. Contemplai apaticamente lo sfarzo, l’eleganza, i soliti fiori sanremesi e fui rapita dai suoni armonici e soavi prima e da quelli avvolgenti e impetuosi poi. Tutto si accordava perfettamente con il ritmo del mio cuore.
Mi riscossi quando sentii il calore della mano di Vittorio nella mia e il viso vicino all’orecchio.
- Voglio far diventare i tuoi sogni realtà, – mi bisbigliò.
Sicuramente avrebbe potuto se glielo avessi permesso ma dovevamo ancora chiarirci. Non si può progettare il futuro senza aver fatto i conti col passato, lo avevamo già sperimentato. Era una esigenza improrogabile, ne eravamo talmente consapevoli che, finito il concerto, non tornammo subito in albergo. Uno squarcio di sole in quella fredda giornata ci convinse a fare un’altra visita al Prater. Vittorio scelse una panchina appartata e affrontò l’argomento spinoso.
- Ancora non ho capito come abbiamo fatto a separarci.
- Sì che lo hai capito. È stata soprattutto la tua mancanza di fiducia a dividerci. Non avevi fiducia in me, in noi.
- No, non era esattamente una questione di fiducia. Tu eri così bella, così positiva. Avevi portato un raggio di sole nella mia vita. Non volevo oscurarlo e invece mi accorsi che lo stavo facendo con il mio cinismo, i miei silenzi e il peso del mio passato. La tua comprensione non poteva fare miracoli.
- Avresti potuto parlarmene, confidarti. Perché non lo hai fatto?
- Non lo so. Forse perché quando inizi una storia di solito non ti presenti con il bagaglio pesante, rimandi sempre finché quella valigia finisce per cadere e aprirsi da sola. È vero che non ho avuto abbastanza fiducia in noi due da trattenerti. Ho preferito allontanarmi e lasciarti andare. Ti ho persa, me ne sono pentito e perderti paradossalmente mi è servito perché ho toccato il fondo. Il mio amore per te continuava ad essere un conforto, un sostegno, anche dopo la nostra separazione. Eri nei miei pensieri, nella mia anima, nel mio cuore, vedevo il tuo sorriso e sentivo le tue canzonature ogni volta che ero sul punto di compiangermi.
- E hai aspettato che fosse il destino che tu avevi previdentemente manovrato a farci rincontrare, – conclusi commossa da quella dichiarazione.
- Qualcosa del genere. Volevo consolidare il rapporto con me stesso prima e comunque non ero sicuro che ti fossi mancato.
- Beh, questo è evidente altrimenti stamattina non ci saremmo rotolati fra le lenzuola tutto quel tempo, – risposi in tono semiserio.
Lui sorrise apertamente, più compiaciuto che deluso.
- Spero che ti sia mancato qualcos’altro di me, – commentò con lo stesso tono.
- Sì, mi è mancato il tuo modo insulso di provocarmi, di punzecchiarmi, caro avvocato.
- Ma sai cosa mi è mancato davvero? – aggiunsi un istante dopo. – I nostri scambi di personalità: un po’ della tua saggezza in cambio della mia follia.
- Questo non ti dice niente? Non ti dice che dovremmo tornare insieme? Sì lo so, sto correndo troppo però mi sono fermato abbastanza. Ora voglio solo te. Ti amo talmente tanto che mi manca l’aria. Sposami Rebecca.
In quel momento ammutolii. Dopo un paio di interminabili minuti ritrovai la parola.
- Tu non hai fame? Non mangiamo praticamente da… Quando? Le quattro del mattino?
Vittorio non seppe se sorridere o accigliarsi ma optò per la pazienza perché era consapevole di avermi disorientata.
- Che fine ha fatto la donna sognante e romantica che era accanto a me al concerto? – chiese con cautela.
- Quella donna ha fame. Tutto qui. Non ragiono a stomaco vuoto, lo sai.
- Sì, lo so. Ok, vado a prenderti il carburante.
Vittorio si allontanò sconsolato ma quando tornò con due panini, non mi trovò. Sulla panchina, al mio posto, c’era un blocco per gli appunti, di quelli che portavo sempre in borsa per poter disegnare ovunque. Per una frazione di secondo lo vidi impallidire poi capì che quella era la mia risposta, spiritosa e commovente al tempo stesso.
Una vignetta raffigurava una caricatura di Vittorio con la toga da avvocato. La didascalia recitava: "Il segreto per ipotecare il futuro con la donna che si ama? Regalarle un viaggio postdatato di qualche anno. Se qualcosa dovesse andare storto, saprete dove andare a ritrovarla."
Quando sollevò gli occhi ero di fronte a lui, pronta, tra una lacrima e un sorriso, ad accoglierlo di nuovo nelle mie braccia e nella mia vita.

Avatar e foto Vienna by windoweb









Bella storia, molto romantica.
Mi piacerebbe visitare Vienna…spero di andarci un giorno o l’altro…
Vienna…che bel sogno! Spero anch’io di andarci qualche volta…
Tanti auguri! Buon anno!
Sognando Vienna…auguro a tutti un buon capodanno e un anno nuovo pieno di belle sorprese
Auguri!!!